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Giovanni Maria Zinno @collateraldamage__

📝Web content writer per @ilsuperuovo 📍Based in Rome ⚪️🔵 SSL “Don't waste your time, or time will waste you” ⏳ “Triangles are my favorite shape” Δ

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'Cos everyday I know who's the man in the mirror
And every night I know you're the one that I need
I'm coming at your door but I'm not an hero
And I can't forget the house where I live
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'Cos everyday I know who's the man in the mirror And every night I know you're the one that I need I'm coming at your door but I'm not an hero And I can't forget the house where I live

“Il fuoco attrae l’uomo che vi si identifica” dice lo scrittore Elias Canetti e la citazione coglie perfettamente quanto accaduto nei giorni scorsi a Roma. Il fuoco ha questo carattere di pulizia, di non far rimanere nulla se non cenere, di purificazione massiva degli elementi. Fa quindi scalpore l’aver appiccato un incendio in una libreria come “La Pecora Elettrica” proprio per l’utilizzo del combustibile per eccellenza: da sempre, nel nostro immaginario, il fuoco è un elemento dicotomico: aiuta ma distrugge, alimenta e, al contempo, è una perfetta arma incendiaria. È l’atto in sé a scatenare il timore di tutti i cittadini di Centocelle, perché fatto col fuoco. L’incendio alla libreria è, poi, solamente lo sfondo poco visibile di un universo enorme che si cela dietro il nome di criminalità organizzata e che gestisce le piazze di spaccio in tutta la Capitale. Le librerie e i libri sono temuti perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda, quella che ha espresso indifferenza a “La Pecora Elettrica”, o che, come in Fahrenheit 451, non vuole pori, vede solamente facce di luna piena, perfette alla vista ma terribilmente inespressive. «Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce» [tratto da un mio articolo: “Il carattere dicotomico del fuoco: da Fahrenheit 451 all’incendio della libreria “La Pecora Elettrica”]
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“Il fuoco attrae l’uomo che vi si identifica” dice lo scrittore Elias Canetti e la citazione coglie perfettamente quanto accaduto nei giorni scorsi a Roma. Il fuoco ha questo carattere di pulizia, di non far rimanere nulla se non cenere, di purificazione massiva degli elementi. Fa quindi scalpore l’aver appiccato un incendio in una libreria come “La Pecora Elettrica” proprio per l’utilizzo del combustibile per eccellenza: da sempre, nel nostro immaginario, il fuoco è un elemento dicotomico: aiuta ma distrugge, alimenta e, al contempo, è una perfetta arma incendiaria. È l’atto in sé a scatenare il timore di tutti i cittadini di Centocelle, perché fatto col fuoco. L’incendio alla libreria è, poi, solamente lo sfondo poco visibile di un universo enorme che si cela dietro il nome di criminalità organizzata e che gestisce le piazze di spaccio in tutta la Capitale. Le librerie e i libri sono temuti perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda,

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Il paradigma joyciano-hopperiano dell’atomismo della civiltà dell’uomo-massa del XXI secolo
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Il paradigma joyciano-hopperiano dell’atomismo della civiltà dell’uomo-massa del XXI secolo

Più o meno cinque anni fa nascevamo. LA fondazione. 
Non ve l'ho mai detto, ma spesso mi sono chiesto quale potesse essere il nostro vero punto di forza, quale fosse quella chiave che oggi ci permette di restare uniti anche dopo tanto tempo, di vederci per una cena come fosse la prima in assoluto, di condividere le nostre esperienze di vita, di accettare la diversità. Ecco, credo sia proprio quest'ultimo il nostro vantaggio: essere uno diverso dall'altro. Non a caso abbiamo scelto sei strade universitarie e di vita differenti. Da che era una regolarità svegliarsi la mattina, entrare in aula e vivere le mattine liceali sempre a stretto contatto, ora il tempo passato assieme si è notevolmente ridotto, ma non ce ne siamo quasi resi conto. Questo vuol dire aver posto delle solide basi negli anni passati, sintomo che non è la quantità di tempo che viviamo assieme ad alimentare la nostra amicizia, bensì la continua energia positiva che ognuno di noi porta in maniera differente anche solo per un fugace saluto in mezzo alla settimana. Un poeta del XIV secolo, tale Eustache Deschamps, diceva che gli amici sono dei parenti che ci scegliamo da soli: io credo che sia una delle caratteristiche che più ci rappresenti, una grande famiglia, che a differenza di quest'ultima, però, non si riunisce solamente nelle ricorrenze, ma ogni volta che qualcuno dice:
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Più o meno cinque anni fa nascevamo. LA fondazione. Non ve l'ho mai detto, ma spesso mi sono chiesto quale potesse essere il nostro vero punto di forza, quale fosse quella chiave che oggi ci permette di restare uniti anche dopo tanto tempo, di vederci per una cena come fosse la prima in assoluto, di condividere le nostre esperienze di vita, di accettare la diversità. Ecco, credo sia proprio quest'ultimo il nostro vantaggio: essere uno diverso dall'altro. Non a caso abbiamo scelto sei strade universitarie e di vita differenti. Da che era una regolarità svegliarsi la mattina, entrare in aula e vivere le mattine liceali sempre a stretto contatto, ora il tempo passato assieme si è notevolmente ridotto, ma non ce ne siamo quasi resi conto. Questo vuol dire aver posto delle solide basi negli anni passati, sintomo che non è la quantità di tempo che viviamo assieme ad alimentare la nostra amicizia, bensì la continua energia positiva che ognuno di noi porta in maniera differente anche

Si sa, non tutte le storie hanno un lieto fine. Questa è cruda, viscerale, complicata e, al contempo, di una facilità estrema. È la storia di Gerta Pohorylle (Gerta Taro) e André Friedmann. Si incontrano e si innamorano a Parigi nel 1934 e da quel momento il loro legame è un continuo rafforzarsi sempre più. André ha 20 anni, un ungherese che scappa dal regime fascista di Horthy, Gerta, invece, 24 ed è un ebrea tedesca di Stoccarda. È lui ad iniziarla alla passione per la fotografia e, un po’ per sfida, un po’ per opportunità, inventano il celebre personaggio Robert Capa, un fantomatico fotografo di guerra americano giunto a Parigi per lavorare in Europa. Grazie a questo curioso espediente la coppia si fa presto notare nel panorama mondiale della fotografia e guadagna parecchi soldi. Nel 1936, Gerta e André decidono di seguire come reporter di guerra la terribile guerra civile spagnola, uno dei reportage meglio riusciti dalla coppia sotto il nome di Capa. Gerta si era spinta sino a Brunete, nella provincia di Madrid e mentre viaggiava aggrappata al predellino esterno di un’enorme vettura alleata, perse la vita sotto un attacco aereo tedesco, quando un convoglio amico urtò per sbaglio quello della reporter, la quale cadde sotto i cingoli del carro armato, restando schiacciata dallo stomaco in giù. Gerta non perse conoscenza, si mantenne le viscere in sede con la sola pressione delle proprie mani, tanto che tutti i testimoni ricordano un’incredibile freddezza e coraggio nella ragazza. Si spense a soli 26 anni ed è stata la prima donna reporter a morire sul lavoro. André, per supplire a questo dolore, decise di continuare a fare il proprio mestiere, mantenendo il nome di Robert Capa. Nel 1954 si ricongiunse idealmente a Gerta, poiché saltò su una mina nella prima guerra d’Indocina. André aveva 44 anni. Gerta è tutt’oggi oggetto di interesse storico per il suo ruolo di giovanissima donna contro-corrente, rivoluzionaria militante sino al sacrificio massimo e protagonista della resistenza al fascismo e della storia che ho appena raccontato. 
Il gruppo inglese alt-J ha dedicato la canzone “Taro” alla coppia.
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Si sa, non tutte le storie hanno un lieto fine. Questa è cruda, viscerale, complicata e, al contempo, di una facilità estrema. È la storia di Gerta Pohorylle (Gerta Taro) e André Friedmann. Si incontrano e si innamorano a Parigi nel 1934 e da quel momento il loro legame è un continuo rafforzarsi sempre più. André ha 20 anni, un ungherese che scappa dal regime fascista di Horthy, Gerta, invece, 24 ed è un ebrea tedesca di Stoccarda. È lui ad iniziarla alla passione per la fotografia e, un po’ per sfida, un po’ per opportunità, inventano il celebre personaggio Robert Capa, un fantomatico fotografo di guerra americano giunto a Parigi per lavorare in Europa. Grazie a questo curioso espediente la coppia si fa presto notare nel panorama mondiale della fotografia e guadagna parecchi soldi. Nel 1936, Gerta e André decidono di seguire come reporter di guerra la terribile guerra civile spagnola, uno dei reportage meglio riusciti dalla coppia sotto il nome di Capa. Gerta si era

Questa notte ricomincia l’NBA.
Ogni anno faccio sempre un post per parlare di possibili squadre candidate al titolo, giocatori da tenere d’occhio e franchigie con ampio margine di miglioramento rispetto alla scorsa stagione, ma non quest’anno.
Oggi ho deciso di parlare solamente di Enes Kanter, centro turco dei Boston Celtics che si è opposto apertamente al governo di Erdogan e che ora vive una vita da apolide. Non vede e non parla con la famiglia da cinque anni, il padre è in prigione, i suoi fratelli e sorelle non possono trovare lavoro. Il passaporto turco di Kanter è stato revocato e, per di più, c’è un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti. La sua famiglia non può lasciare la Turchia, hanno provato a rapirlo in Indonesia e ogni giorno riceve minacce di morte. 
Non si può restare in silenzio, è mio dovere, in quanto amante della pallacanestro ma soprattutto in veste di essere umano, denunciare questa terribile situazione che è quanto di più vicino ad una lenta discesa verso l’inferno iniziata nel lontano 2011. A gennaio scorso Enes Kanter ha deciso di rinunciare persino alla trasferta del London Game con i New York Knicks (sua ex squadra) perché lasciare gli Stati Uniti era troppo pericoloso.
Il problema resta il maledetto regime di Erdogan, quando, invece, la Turchia potrebbe rappresentare il ponte tra l’Islam moderno e l’Occidente, ma, ad oggi, non esiste libertà di alcun tipo e questo ideale collegamento resta un miraggio.

Buona stagione NBA a tutti, ma con un particolare occhio di riguardo ad Enes, che scende sul parquet per 82 partite, ma, metaforicamente, è come se fossero 82 battaglie per riconquistare se stesso e la Turchia.
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Questa notte ricomincia l’NBA. Ogni anno faccio sempre un post per parlare di possibili squadre candidate al titolo, giocatori da tenere d’occhio e franchigie con ampio margine di miglioramento rispetto alla scorsa stagione, ma non quest’anno. Oggi ho deciso di parlare solamente di Enes Kanter, centro turco dei Boston Celtics che si è opposto apertamente al governo di Erdogan e che ora vive una vita da apolide. Non vede e non parla con la famiglia da cinque anni, il padre è in prigione, i suoi fratelli e sorelle non possono trovare lavoro. Il passaporto turco di Kanter è stato revocato e, per di più, c’è un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti. La sua famiglia non può lasciare la Turchia, hanno provato a rapirlo in Indonesia e ogni giorno riceve minacce di morte. Non si può restare in silenzio, è mio dovere, in quanto amante della pallacanestro ma soprattutto in veste di essere umano, denunciare questa terribile situazione che è quanto di più vicino

Luogo di passaggio

Quando ero piccolo amavo la domenica a mezzogiorno perché sentivo lo sparo del cannone al Gianicolo. Mi chiedevo dove potesse finire una pallottola di tali dimensioni e se potesse essere pericolosa per le persone o le macchine sotto il Colle. Quell’ingenuità mi accompagnava anche negli istanti subito successivi allo sparo a salve, perché mi spostavo di qualche metro per andare a guardare lo spettacolo del teatro dei burattini di Carlo Piantadosi. In silenzio per una buona mezz’ora, mi godevo quella particolare forma d’arte che i bambini di oggi non sono abituati a guardare. Da istituzione domenicale, il teatrino è diventato un luogo di passaggio, sul quale ormai non ci si sofferma più di tanto. I genitori delle nuovissime generazioni hanno perso l’abitudine a portare i propri figli a guardare lo spettacolo dei burattini e, conseguentemente, i figli crescono privi di un’esperienza che era una certezza per un bambino di giusto vent’anni fa. 
Per la prima volta mi sembra di appartenere ad una generazione passata, ormai superata, sintomo di un mondo e di nuove leve che crescono fin troppo in fretta e non godono di particolari esperienze di vita che per il me di quindici anni fa erano una sicurezza. 
C’è una sottile, quanto fondamentale, differenza nel “guardare” e nel “vedere”: ritengo che, personalmente, grazie anche all’apporto fondamentale dei miei genitori che ogni domenica mi portavano lì, sono stato educato a “guardare”, a soffermarmi sulle cose, al provare stupore. Ho scoperto che questa è una dote, la posseggono tutti gli esseri umani, ma va educata. Un primordiale, ma vincente, esercizio all’ascolto e alla visione era proprio guardare Pulcinella e i suoi amici agitarsi in quel teatrino di legno. I bambini di oggi sono invece educati a “vedere”, che già come parola esprime la fugacità della vita che contraddistingue le nostre giornate. Un cartone animato, una serie tv, un messaggio al cellulare sono cose che si vedono e possono essere recuperate anche in momenti futuri. Il teatro dei burattini, una pagina di un libro e lo sparo del cannone al Gianicolo sono istanti indimenticabili e unici che arricchiscono la persona che saremo in futuro
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Luogo di passaggio Quando ero piccolo amavo la domenica a mezzogiorno perché sentivo lo sparo del cannone al Gianicolo. Mi chiedevo dove potesse finire una pallottola di tali dimensioni e se potesse essere pericolosa per le persone o le macchine sotto il Colle. Quell’ingenuità mi accompagnava anche negli istanti subito successivi allo sparo a salve, perché mi spostavo di qualche metro per andare a guardare lo spettacolo del teatro dei burattini di Carlo Piantadosi. In silenzio per una buona mezz’ora, mi godevo quella particolare forma d’arte che i bambini di oggi non sono abituati a guardare. Da istituzione domenicale, il teatrino è diventato un luogo di passaggio, sul quale ormai non ci si sofferma più di tanto. I genitori delle nuovissime generazioni hanno perso l’abitudine a portare i propri figli a guardare lo spettacolo dei burattini e, conseguentemente, i figli crescono privi di un’esperienza che era una certezza per un bambino di giusto vent’anni fa. Per la

Oggi, se nessuno li ferma, i turchi arriveranno al cuore. Chi li poteva fermare si è fatto di lato, per non disturbarli. E noi ci indigniamo, ma non ci sembra qualcosa che ci tocca particolarmente, perché ci sembra un mondo lontano. Eppure, chi sta dicendo al governo turco
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Oggi, se nessuno li ferma, i turchi arriveranno al cuore. Chi li poteva fermare si è fatto di lato, per non disturbarli. E noi ci indigniamo, ma non ci sembra qualcosa che ci tocca particolarmente, perché ci sembra un mondo lontano. Eppure, chi sta dicendo al governo turco "fai pure" è una ex superpotenza in crisi che ha bisogno di spaccare l'Europa per riguadagnare un vantaggio strategico mentre le due vere superpotenze rimaste si tengono d'occhio con sospetto a vicenda e di tutto il resto del mondo possono permettersi di disinteressarsi. Se oggi i turchi arrivano al cuore, a Kobane, è il nostro cuore che potranno stringere in una morsa. E ucciderci, lentamente. Il motivo? Un odio tribale che al giorno d'oggi non ha alcun motivo di esistere se non per garantire a un tiranno consenso elettorale con i conservatori del proprio paese. Tutto questo è insensato e fermarlo sarebbe la sola cosa giusta da fare. [grazie @zerocalcare, grazie @baopublishing]

Un unico coro. 
È quello che chiede per tutta la durata del capolavoro-concerto Roger Waters, che in “Us + Them” si supera e rende reale uno spettacolo, che è tale per gli occhi e le orecchie. Musica di una qualità elevatissima, illuminazione ad un livello pazzesco, temi trattati e scenografia spiazzante e, al contempo, carica di particolari: è un tutt’uno col pubblico che risponde presente al richiamo dell’ex bassista dei Pink Floyd. Gli appelli più frequenti, ma che fa sempre bene ricordare: da “Resistere” a “Siamo governati da maiali... che si fottano”. Il chiaro attacco a Donald Trump e agli altri leader mondiali sulle note di “Dogs”, “Pigs” e “Money” che aprono il secondo set, quello con lo storico maiale gigante che ondeggia sul pubblico, lasciato a bocca aperta. Non possono mancare le classiche “Wish You Were Here” e “Another Brick In The Wall Part 2-3” che fanno da contorno ad un primo set suonato divinamente. 
Questo mi ha lasciato il film-evento-concerto “Us + Them” che ho visto stasera al cinema. 
Un senso di rabbia ma anche voglia di riuscirci. Speranza: è questo il messaggio politico che vuole far passare Waters in questo che tanto concerto non é, quanto una denuncia corale musicata alla perfezione, che ha come obiettivo comune il volersi bene, al di là di ogni tipo di discriminante e discriminazione. 
Diventiamo tutti un unico coro per salvare il pianeta. Lo dice Roger Waters in persona, non possiamo che ascoltarlo in silenzio.
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Un unico coro. È quello che chiede per tutta la durata del capolavoro-concerto Roger Waters, che in “Us + Them” si supera e rende reale uno spettacolo, che è tale per gli occhi e le orecchie. Musica di una qualità elevatissima, illuminazione ad un livello pazzesco, temi trattati e scenografia spiazzante e, al contempo, carica di particolari: è un tutt’uno col pubblico che risponde presente al richiamo dell’ex bassista dei Pink Floyd. Gli appelli più frequenti, ma che fa sempre bene ricordare: da “Resistere” a “Siamo governati da maiali... che si fottano”. Il chiaro attacco a Donald Trump e agli altri leader mondiali sulle note di “Dogs”, “Pigs” e “Money” che aprono il secondo set, quello con lo storico maiale gigante che ondeggia sul pubblico, lasciato a bocca aperta. Non possono mancare le classiche “Wish You Were Here” e “Another Brick In The Wall Part 2-3” che fanno da contorno ad un primo set suonato divinamente. Questo mi ha lasciato il

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Doha. Mondiali di atletica. Batterie dei 5000 metri piani.
Jonathan Busby, unico rappresentante di Aruba, crolla sul tartan, sfinito dalla fatica, a meno di 300 metri dal traguardo.
Braima Suncar Dabó, unico rappresentante della Guinea Bissau, arriva da dietro e si ferma. Prendendolo per un braccio, rialza Busby e quegli ultimi 300 metri decidono di concluderli assieme. Percorrono mezza pista da soli, sostenuti e accompagnati solamente dall’incitamento del pubblico. Nonostante tutte le difficoltà del caso, chiudono la batteria facendo registrare entrambi la miglior prestazione personale della loro intera carriera, ma il risultato come atleti conta poco perché non serve un cronometro per decretare chi ha vinto nella vita.
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Doha. Mondiali di atletica. Batterie dei 5000 metri piani. Jonathan Busby, unico rappresentante di Aruba, crolla sul tartan, sfinito dalla fatica, a meno di 300 metri dal traguardo. Braima Suncar Dabó, unico rappresentante della Guinea Bissau, arriva da dietro e si ferma. Prendendolo per un braccio, rialza Busby e quegli ultimi 300 metri decidono di concluderli assieme. Percorrono mezza pista da soli, sostenuti e accompagnati solamente dall’incitamento del pubblico. Nonostante tutte le difficoltà del caso, chiudono la batteria facendo registrare entrambi la miglior prestazione personale della loro intera carriera, ma il risultato come atleti conta poco perché non serve un cronometro per decretare chi ha vinto nella vita.

But take your time, think a lot, why, think of everything you've got. For you will still be here tomorrow, but your dreams may not
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But take your time, think a lot, why, think of everything you've got. For you will still be here tomorrow, but your dreams may not

flashback .

E comunque: rispetto a quindici anni fa ho cambiato chitarre, suoni e colore di capelli, ma il barrè ancora non lo so fa’. #🎸
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flashback . E comunque: rispetto a quindici anni fa ho cambiato chitarre, suoni e colore di capelli, ma il barrè ancora non lo so fa’. #🎸

Una serata all’insegna dell’originalità e spontaneità, condita da un’amicizia che bene o male ci lega fin da quando eravamo bambini. 
Questo è Eugenio, questo è, in arte, Sale. 
Lui ha trovato l’innocenza dentro di sé... speriamo ti porti lontano. 
Bravo Eugé 🧂🧠
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Una serata all’insegna dell’originalità e spontaneità, condita da un’amicizia che bene o male ci lega fin da quando eravamo bambini. Questo è Eugenio, questo è, in arte, Sale. Lui ha trovato l’innocenza dentro di sé... speriamo ti porti lontano. Bravo Eugé 🧂🧠

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